Stability bond – Non sono più tabù!
June 7, 2012
Poteva essere l’inizio di una nuova fase; una fase di crescita e di sviluppo, ma anche di risanamento dei conti pubblici. Per ora rimane ancora un’idea, “bella e incompiuta”, ma non lo rimarrà a lungo.
Nel novembre 2011 la Commissione europea ha presentato un Libro verde sugli stability bond, elencando tre opzioni: una piena sostituzione delle emissioni nazionali, una sostituzione parziale con garanzie comuni e una sostituzione parziale con garanzie non condivise.
L’idea, già lanciata dall’ex presidente della Commissione Jacques Delors nel 1993, é poi riemersa con forza quando la crisi economica ha iniziato a colpire l’Europa. Con molti Stati membri costretti a pagare interessi insostenibili per rifinanziare il loro debito pubblico, il concetto di basso rendimento insito negli stability bond sembrava attraente per molti. Ma non per la Germania. Non ancora almeno.
Forte del ruolo di “locomotiva d’Europa” e dell’appoggio di Austria, Finlandia e Paesi Bassi, la Cancelliera tedesca ha ribadito a più riprese il suo “nein” alla proposta. Non un rifiuto tout-court, ma un rifiuto politico, di principio e, si spera, momentaneo. Un rifiuto politico perché il raggiungimento di un’integrazione economica rafforzata e di un coordinamento fiscale maggiore nell’euro-zona potrebbero favorire l’introduzione degli stability bond, riuscendo ad arginare quella mancanza di fiducia che la Germania ha nei confronti dei paesi ritenuti meno virtuosi. Un rifiuto di principio perché eventuali misure per la crescita, adottate attraverso il “deficit spending”, rischierebbero solo di creare una crescita viziata e non reale.
È vero che, anche tralasciando il problema del consenso politico, esistono comunque delle difficoltà oggettive che si frappongono a una rapida introduzione degli stability bond. La loro introduzione potrebbe, infatti, richiedere una riforma dei Trattati e dei compiti della Banca centrale europea. In particolare, potrebbe essere necessaria la revisione della cosiddetta “clausola di non assistenza” (art.125) del Trattato di Lisbona, che impone esplicitamente la preclusione di ogni forma di responsabilità per gli impegni assunti dagli altri stati dell’Unione. E bisognerebbe anche considerare i tempi necessari all’adeguamento delle legislazioni fiscali e di bilancio a livello nazionale a condizioni di uniformità più restrittive.
Una volta raggiunto un ipotetico consenso, la modifica dei trattati richiederebbe, comunque, l’innesco di una procedura complessa, che non potrebbe esaurirsi in tempi brevi. Ma questi sono problemi superabili; i mercati hanno bisogno di un segnale e già la semplice evoluzione delle prospettive finanziarie, guidata da un consenso condiviso, potrebbe ripercuotesi positivamente sui mercati finanziari. I benefici, in questo caso, potrebbero investire, positivamente, i costi di finanziamento dei debiti nazionali, ancor prima della loro reale sostituzione, parziale o totale.
La partita, però, si gioca su più fronti. E mentre la Francia, l’Italia e la Spagna tirano per la giacchetta Frau Merkel, la Commissione europea si é sbilanciata sostenendo che gli stability bond non sono un’idea che può essere rinviata continuamente e che con l’aggravarsi della crisi é aumentato anche il bisogno di intraprendere azioni considerate necessarie. Anche da noi, al Parlamento europeo, la discussione é vivace e appassionante. Le commissioni incaricate stanno ora esaminando il dossier e con il mio parere la commissione giuridica si è già espressa a favore della loro attuazione. Insomma: gli stability bond non sono più tabù.
Nel lungo termine, la totale sostituzione delle obbligazioni nazionali rappresenta la soluzione migliore: arrecherebbe i maggiori benefici in materia di stabilità, integrazione economica e finanziaria. La volontà politica e i cavilli giuridici non impediranno la necessaria integrazione finanziaria ed economica dei mercati europei: l’urgenza e la necessità di cominciare dovrebbero spingerci a un’introduzione graduale e una combinazione di vari approcci aiuterebbe a superare gradualmente gli ostacoli giuridici e a favorire l’accettazione da parte dei mercati.
Osserveremo, dunque, con vivo interesse le decisioni che scaturiranno dal prossimo summit del 28 e 29 giugno. Un’Europa unita, più unita, a livello economico e politico, sarà in grado di affrontare e superare le sfide e le avversità che la crisi continua a sottoporci. La volontà di andare avanti insieme c’é ed é forte.
Author : Raffaele Baldassarre MEP